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Postfazione a Zero di Giulietto Chiesa (I parte)

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Messaggio  Nicoletta Dom 05 Apr 2009, 10:41

da www.megachip.info del 3/4/2009

Vorrei utilizzare questa postfazione, per la 2a edizione di questo volume, per esporre i risultati di quello che - appunto con questo libro, e con il film suo gemello che porta quasi lo stesso nome - è stato un “esperimento sul campo” di una battaglia politica per un’informazione-comunicazione democratica. Lo scopo non ultimo di questo mio lavoro e impegno, infatti, è quello di aprire un fronte di battaglia politica, di massa, in un ambito che è stato finora considerato come esclusivamente culturale, mai divenendo politico in senso proprio. In realtà, io penso da tempo - in particolare sotto l’ispirazione di Neil Postman (Divertirsi da morire), di Noam Chomsky, di Gore Vidal - che i media, e in particolare la tv, abbiano mutato alla radice la politica, le sue forme, la sua sostanza, i suoi contenuti. Cioè hanno demolito la democrazia e l’hanno sostituita con uno spettacolo, spesso indecente, spesso mostruoso, sempre vuoto di ogni significato. Tutto deriva dall’intuizione fantasticamente illuminante di Mc Luhan: il mezzo è diventato il messaggio. Mc Luhan esaminò tuttavia solo questo aspetto del problema. Si trattò di una preziosa acquisizione teorica che, peraltro, la sinistra non è stata in grado di percepire e, tanto meno, di approfondire. Ma le sue implicazioni, soprattutto, non sono state scandagliate. Ed esse furono, sono e saranno immense e molteplici. La più importante è che questo cambiamento radicale dei sistemi d’informazione-comunicazione ha coinvolto e travolto masse sterminate di persone inconsapevoli. Ne è derivato che il “messaggio” originario, tutti i messaggi, quelli politici, e quelli culturali, ma anche quelli che in passato erano inoffensivi e neutrali, per non parlare del fiume pubblicitario, divenuto nel corso di pochi anni un gigantesco flusso permeante ogni aspetto della nostra vita, tutto ciò ha mutato segno e significato. Nel momento in cui il mezzo è diventato il messaggio e, simultaneamente, è diventato il protagonista di tutta la serie delle innovazioni tecnologiche, produttive, organizzative, proliferando in altri “mezzi” interconnessi, a loro volta moltiplicatori potentissimi di messaggi, ecco che noi ci siamo trovati all’improvviso in un’altra società, sempre più diversa da quella dell’epoca pre-televisiva, cioè pre-rivoluzionaria. Detto in altri termini, il messaggio originario è risultato altro rispetto alla sua funzione. E, per esempio, tutti coloro che prima della tv trasmettevano messaggi politici (non importa se buoni o cattivi) hanno fatto fatica a capire che, da un certo punto in avanti (da quando la tv è diventata dominante), tutti i loro messaggi sono stati soverchiati dal “mezzo” che avrebbe dovuto semplicemente trasportarli e che invece ne è diventato il padrone assoluto, annullandoli, stravolgendoli, negandoli, ridicolizzandoli. Qualcuno l’ha capito, invece, fin dall’inizio. Questo qualcuno sono stati i primi padroni dei media. All’inizio intuitivamente, e poi, col passare del tempo e l’ingrossarsi a dismisura dei portafogli pubblicitari, in termini così massici da poter concentrare in sé un immenso potere di condizionamento nei confronti delle grandi masse ignare e dell’altrettanto ignara politica. Controllo, manipolazione, menzogna, silenzio. Questi sono divenuti i canoni della comunicazione di quello che, con singolare sprezzo del ridicolo, molti continuano a chiamare “villaggio globale”, o società dell’informazione. Quando l’informazione vera è diventata un privilegio di ristrettissime conventicole, mentre il villaggio è divenuto sempre più simile a quello dei progenitori selvaggi, cacciatori-raccoglitori primigeni. Si aggiunga infine la straordinaria velocità con cui questo processo si è sviluppato: in pratica, meno di un quarto di secolo. Troppo poco per una qualsiasi metabolizzazione socio-culturale. Ma torniamo al punto di partenza. In che è consistito, dunque, l’esperimento? Nel verificare se, e fino a che punto, sarebbe stato possibile rompere il muro del silenzio contro cui - nelle condizioni della “grande fabbrica dei sogni e della menzogna” (GFSM) - si infrange ogni verità. Di queste verità frantumate dal silenzio, la più grande, immensa, tremenda, è stata quella dell’11/9. Che mi apparve subito, fin dai primi momenti successivi alla tragedia, come il frutto di una sapiente “organizzazione mediatica”. E che nei mesi e negli anni successivi, con il silenzio e la censura esercitata dai media e sui media, si è confermato come il paradigma dei tempi moderni proprio in quanto momento di massimo dispiegamento della potenza di fuoco del controllo mediatico. Quel giorno, letteralmente “sotto i nostri occhi”, perché così “doveva” essere, la storia del pianeta è stata deviata da un micidiale clinamen, e la deviazione è stata resa possibile dal controllo mediatico integrale. Non fosse esistita la tv, non sarebbe esistito l’11/9. Dunque si trattava di prendere il toro per le corna, di cominciare proprio dall’11/9 per verificare se il macigno che ostruisce l’uscita dell’Uomo dalla grotta platonica, verso la verità che produce le ombre, è ancora possibile. Il risultato di questo esperimento è stato, a mio avviso, importante. La risposta è che la GFSM non solo non è invincibile ma è, al contrario, assai vulnerabile. Per essere più precisi: la sua invulnerabilità apparente è stata finora l’effetto dell’assenza totale di ogni contrasto al suo dominio. Gli oggetti - gl’individui consumatori compulsivi - di quel dominio erano e sono senza strumenti di difesa, atomizzati, soli. I soggetti operativi del dominio, convinti, complici, comprati, coatti, a loro volta incapaci di comprendere il meccanismo, vi lavorano dentro espletando funzioni di servizio e creative che conducono quasi tutte (le eccezioni sono presenti, ma quasi invisibili) a una censura, a una menzogna, alla deformazione, al silenzio attorno alle cose essenziali . Lasciati “liberi” di agire senza alcuna pressione proveniente dagli oggetti del dominio, dai consumatori del messaggio, gli stessi ufficiali del dominio (in prima fila i giornalisti, i pubblicitari, i conduttori di spettacoli, gli ideatori dei format e così via) hanno finito per credere alla propria invulnerabilità, impermeabilità, impunità, e a quella del sistema che servono e da cui sono protetti e stipendiati. [continua]

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