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Postfazione a Zero di Giulietto Chiesa (III parte)

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Messaggio  Nicoletta Dom 05 Apr 2009, 10:44

Appariva infatti evidente, fin da subito, che l’impresa di una ricostruzione meticolosa dei fatti, delle loro premesse, sarebbe stata al di fuori della nostra portata, così come delle possibilità di una qualunque équipe di ricercatori privati e volontari, per quanto esperti, qualificati e decisi ad andare fino in fondo, com’era quella che noi potevamo mettere in campo. La maestosa imponenza dell’evento che ci apprestavamo a scandagliare non lasciava dubbi sulla complessità dello scandaglio. Ogni singolo componente, ogni istante di quella giornata memorabile e tragica, non appena si cercasse di guardarvi dentro, mostrava una voragine d’interrogativi, per rispondere ai quali si sarebbe dovuto disporre di poteri d’indagine simili a quelli di uno Stato e dei suoi organi inquirenti. Si sarebbe dovuto disporre di più mezzi, inclusi quelli finanziari, di quanti non fossero stati a disposizione della stessa Commissione ufficiale d’inchiesta. Insomma, non era in quella direzione che si poteva andare. Del resto, era bastato leggere le parole di un esperto con un passato professionale e politico di tutto rispetto per capire che sarebbe stato impossibile arrivare a conclusioni certe e inequivocabili sulla sequenza dei fatti e dei protagonisti, con i mezzi a nostra disposizione. E che il rischio di imboccare quella strada sarebbe stato di finire dentro qualcuna delle trappole che gli organizzatori del terrorismo di Stato lasciano dietro di sé mentre cancellano le tracce del loro operato. L’ex ministro tedesco Andreas Von Bulow aveva già tracciato la sentenza finale su questo punto, quando aveva scritto: «Posso affermare questo: la progettazione dell’attacco è stata un capolavoro dal punto di vista tecnico e organizzativo. Dirottare 4 grossi aerei di linea in pochi minuti e lanciarli sui bersagli entro un’ora con complicate manovre di pilotaggio! Questo è impensabile, senza l’appoggio, e per anni, di apparati segreti dello Stato e dell’industria» 1. Pensare di giocare ad armi pari una partita di queste dimensioni e con tali avversari era impresa suicida. Bisognava evitarla con la massima cura. Tanto più - ci dicemmo dopo aver soppesato tutte le varianti - che non era necessario farlo per ottenere il risultato che ci proponevamo: quello di verificare il livello di consistenza della versione ufficiale. In realtà non partivamo da zero. Prima di noi, insieme a noi, in parallelo con noi, centinaia di persone, in gran parte di nazionalità USA, avevano già fatto molta ricerca, avevano raccolto materiali, avevano tratto conclusioni parziali. Non tutto era oro colato, ma molte cose preziose erano già state scoperte. I dubbi che ciascuno di noi nutriva sulla versione ufficiale erano già stati dilatati dalle numerose ricostruzioni e dai dettagli che erano emersi. Il web era, sotto questo profilo, una riserva pressoché inesauribile di pezzi del mosaico che avremmo dovuto comporre. Si trattava dunque di selezionare con cura i materiali, di andare alla ricerca dei testimoni (di quelli ascoltati e di quelli mai ascoltati), per verificare direttamente e senza intermediazioni le loro deposizioni, di cercarne di nuovi. Si trattava di effettuare una serie di verifiche delle versioni note, alternative a quella ufficiale, e di scartare tutto quello che poteva essere considerato dubbio. Si trattava di consultare esperti e specialisti, integrando, completando e correggendo l’opera di chi ci aveva preceduto. L’oggetto della ricerca sarebbe stato, molto più semplicemente, quello di verificare se, dove, come i responsabili avevano mentito. Sospettavamo, fortemente, che avessero mentito. Se fossimo giunti alla conclusione, dimostrabile, che era effettivamente così, avremmo raggiunto l’obiettivo. Fatto questo 1° passo, fondamentale, di dimostrare che la versione ufficiale era un falso, avremmo aperto la strada alla 2a domanda: “perché ci hanno raccontato il falso?” Una domanda inesorabile, che tutti si sarebbero posta, che non sarebbe stato possibile eludere. E, ad essa, avremmo aggiunto una richiesta: riaprire l’inchiesta. Negli USA in primo luogo, associandoci alle richieste di decine di comitati e organizzazioni USA. E se negli USA fosse stato impossibile ottenerlo, avremmo chiesto la costituzione di una commissione internazionale indipendente, composta di personalità autorevoli della cultura, della politica e della scienza, per riesaminare l’intera questione da un punto di vista che non potesse essere preventivamente irriso, svalutato, sepolto nel silenzio. Così decidemmo di muoverci. Su queste basi si costituì il “Gruppo Zero”, che avrebbe poi costruito non solo il film che gli ha dato il nome, ma avrebbe elaborato un’originale strategia produttiva, coinvolgendo il pubblico, desideroso di sapere, nel finanziamento dell’intera operazione. Restava il punto b) da affrontare. E qui venne in aiuto la Rete, sotto le sembianze di Beppe Grillo. Sapevamo che il Beppe nazionale aveva, girando l’Italia con i suoi spettacoli, qualche volta alzato il libro di Thierry Meyssan sulla Grande Impostura, indicandolo al pubblico come uno degli esempi dell’inganno dei media. Il suo potente blog - pensammo - avrebbe potuto servire da amplificatore. Lo chiamai, chiedendogli di sottoscrivere il nostro manifesto d’intenti 2. La risposta, sebbene tiepida, fu utile: “Ho qualche dubbio sulle vostre conclusioni – mi disse al telefono – ma se mi scrivete una lettera in cui illustrate la vostra proposta, ve la pubblico volentieri”. Così fu fatto, e il 22/5 la lettera venne pubblicata sul blog di Grillo. Il giorno dopo, il sito www.megachip.info, che era stato indicato come il punto di riferimento dell’appello, contò 108.904 accessi individuali. Nell’ora tra le 8 e le 9 del mattino si toccò il record orario di 14.413 accessi. In 3 giorni, fino al lunedì successivo, il totale delle persone che erano andate a leggere, per capire meglio, la documentazione del dossier sull’11/9, superò le 245.000 persone. Fu un clamoroso successo, che confermava molte delle nostre supposizioni: esisteva cioè un grande pubblico desideroso d’informazioni proprio sulla questione 11/9. L’appello per la riapertura di un’inchiesta indipendente superò in fretta le 4.000 firme. Ma sospetto anche che la performance di Megachip, trainata dal blog di Grillo, sia stata all’origine della successiva chiamata che ricevetti poche ore dopo da Enrico Mentana, conduttore del talk show Matrix, sulla rete 5 berlusconiana. Un invito sorprendente a partecipare a un talk show dedicato interamente all’11/9. Era l’occasione che cercavamo. Com’era prevedibile, la trasmissione fu organizzata sapientemente, per produrre uno scontro, suscettibile di trasformarsi in rissa, tra i sostenitori di una “teoria del complotto” e i non meno accaniti difensori della versione ufficiale. Ma non ci fu verso: i secondi avevano più insulti da distribuire che argomenti da esporre, e poterono soltanto ostacolare, non impedire, l’esposizione di alcuni aspetti del problema. Ma i dati di ascolto confermarono che, sebbene la trasmissione fosse andata in onda a serata molto tarda, ben oltre la mezzanotte, più di un milione di spettatori era rimasto incollato davanti allo schermo tv per seguire quel dibattito. All’uscita dallo spettacolo (perchè di questo si tratta, di regola, quando si parla di un talk show, non certo di una discussione reale tra persone che vogliono capire qualcosa di un qualche problema), Mentana, uscendo soddisfatto dallo studio, mi disse, con un chiaro sorriso di soddisfazione: “Caro Giulietto, questa sera abbiamo fatto una grande operazione”. Io gli risposi: “Caro Enrico, io ho fatto una grande operazione!” E lui, di rimando: “No, no, sono io che ho fatto una grande operazione. Perchè sarò io il 1° giornalista che ha portato in tv l’11/9”. Non replicai, perchè mi resi conto che stavo assistendo alla dimostrazione pratica di una parte del mio esperimento. Mentana, uomo assolutamente interno al mainstream, sua creatura integrale, aveva scoperto che il tema dell’11/9 era diventato una “notizia” per il mainstream. Una notizia che bisognava stravolgere, naturalmente, come tutte le altre, ma una notizia che faceva audience, che attirava gli spettatori, e che quindi doveva essere cavalcata. Seguirono altre 3 o 4 trasmissioni di Matrix, con altri ospiti del nostro gruppo, con altri rivali disparati, e con uguale successo. Tutte realizzate con un contraddittorio squilibrato dal trucco consistente nel fatto che il conduttore stava dalla parte degli “anticomplottisti” (trucco elevato al quadrato, verbale in questo caso, consistente nello screditare una tesi affibbiandogli una qualifica sgradevole prim’ancora che essa venga esposta). Ma il conto finale del dare e dell’avere stava sempre dalla parte nostra, perché per quanti sforzi mistificanti, per quanto gli ospiti avversari fossero aggressivi e offensivi, sarcastici o ironici, per quanto il confronto fosse sempre dispari, le immagini che venivano pescate dalla Rete, cioè dalla nicchia, si riversavano sugli schermi e raggiungevano milioni di spettatori per volta, e la gran parte degli spettatori reagiva positivamente agli stimoli. Bastava andare a vedere i blog delle trasmissioni, per rendersi conto da che parte pesava la bilancia del consenso. E così, l’11/9 cominciò a dilagare anche su altre reti, con altri conduttori. La 2a rete di Stato, con Milena Gabanelli, con maggiore serietà professionale e anche, s’intende, maggiore coraggio e maggiore lealtà verso il materiale informativo, decise di mandare in onda integralmente uno dei primi lungometraggi che già da tempo si poteva scaricare dalla Rete, il pionieristico Confronting the Evidence, realizzato dal milionario USA Jimmy Walter, accompagnato da alcuni frammenti già pronti del nostro film Zero, allora in fase di realizzazione. Seguirono proteste dei politici di destra e silenzio di quelli di sinistra, che, salvo eccezioni rarissime, hanno mantenuto la stessa linea di totale mutismo fino al momento in cui scrivo queste righe. La 1a rete della tv di stato, che inavvertitamente aveva - mesi prima - mandato in onda un talk show condotto da Roberto Olla, intitolato Il mistero del Pentagono, nel quale lo stesso conduttore aveva cercato di porre domande sensate a ospiti in studio troppo impauriti per poter dire qualcosa d’interessante, ma impossibilitati a negare tutto, decideva allora di tornare sui propri passi, affidando allo stesso conduttore una trasmissione di segno opposto, completamente sdraiata sulle tesi ufficiali. Ma Mentana, ormai sempre più convinto dell’utilità dell’11/9 a fini di spettacolo, rincarava la dose, questa volta mandando in onda, senza contraddittorio, un altro brano del film Zero, ormai in dirittura d’arrivo. E la svolta avvenne infine con la presentazione (e l’accettazione) del film al Festival Internazionale del Cinema di Roma, nell’ottobre ’07. Il successo del film, le recensioni dei critici, tutte favorevoli, producono alcune reazioni rabbiose degli editorialisti politici. La Repubblica scomoda Carlo Bonini per un articolo che, in sostanza, non ha niente da dire, nel merito, salvo la ben nota capriola concettuale in base alla quale il complotto non esisterebbe in quanto non esisterebbe la “gola profonda”. E una gola profonda non potrebbe non esistere, in base all’assunto che all’operazione avrebbero partecipato svariate centinaia di persone. Stessa tesi, del resto, sostenuta da Umberto Eco in una delle sue “Bustine della Minerva” dell’Espresso. Alle quali obiezioni è facile rispondere, come feci, ricordando che per l’incidente del Golfo del Tonchino, da cui prese avvio la guerra del Vietnam, non ci fu nessuna gola profonda. Semplicemente, gli archivi vennero aperti qualche decennio dopo, e da essi emerse che l’incidente non era mai esistito e che i capi del Pentagono dell’epoca l’avevano inventato per trascinare l’America in una guerra in cui morirono oltre 50.000 soldati USA, oltre agli svariati milioni di vietnamiti. Il più invelenito di tutti, com’era già accaduto a più riprese, fu Pier Luigi Battista, del Corriere della Sera. E si capisce. Riassumendo anche qui, la cosa più evidente era che tutti erano costretti a parlarne. Anche a parlarne male, ma a parlarne. La tattica che avevamo adottato si rivelava efficace sotto ogni profilo. Il tema dell’11/9 diventava parte del dibattito pubblicistico, se non di quello politico in senso stretto. E, nel contempo, milioni di persone che non ne avrebbero saputo nulla venivano messe a conoscenza dal mainstream di cose che il mainstream aveva taciuto fino a quel momento. E la rottura degli argini del silenzio è continuata e continua ancora oggi, mentre ci apprestiamo a proiettare Zero all’interno del Parlamento UE, con un’iniziativa che, una settimana prima dall’evento, ha già mobilitato decine di giornalisti europei di altri paesi, e che sarà seguita da decine di parlamentari UE che non hanno mai visto nulla del genere, che non ne sanno nulla nemmeno loro, come l’uomo della strada. Il film Zero non ha trovato un distributore italiano. Questo non è un dettaglio e va ricordato. Nonostante la critica positivamente unanime, nonostante i nomi prestigiosi degli attori che vi hanno lavorato: Dario Fo, Moni Ovadia, Lella Costa, Gore Vidal. Ma, anche senza distribuzione, il film gira per l’Italia, e girerà per il mondo. Decine di proiezioni sono già state fatte nei centri grandi e piccoli. Centinaia sono già programmate. Nel momento in cui scrivo, il film è già stato visto da almeno 10.000 spettatori. Non ho dubbi che nelle sale cinematografiche, nei circoli culturali, nelle scuole, supereremo i 100.000. Questo libro esce insieme al dvd del film. E il dvd sarà poi venduto nelle edicole d’Italia. E sarà (anzi è già) venduto, alle tv straniere, che moltiplicheranno inesorabilmente il numero degli spettatori sotto diverse latitudini e longitudini. Tra il dicembre 2007 e il febbraio 2008, altre uscite televisive della squadra di Zero si sono verificate con il Costanzo Show, con numerose tv regionali. [continua]

Nicoletta
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